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Prefazione a PROGETTO TERRA 2017 - Donato Altomare
C’è un genere di narrativa che adoro, quella che ha, come caratteristica principale, la capacità di creare immagini. E’ questa una peculiarità che pochi posseggono e che necessita di una grande fantasia e un grandissimo mestiere. Scrivere per immagini.
Tutti i critici concordano sul fatto che la mia scrittura sia appunto così, quindi sono sempre felicissimo quando incontro altri autori che permettono al lettore di vedere la storia, arricchendola di minuziosi particolari, mai stucchevoli, e non trascurando di caratterizzare i personaggi e le ambientazioni.
Marco Milani ci riesce ottimamente narrandoci di una Terra ambita da altri dei e trattando questo argomento, che riprende antichi sospetti, in maniera originale, con una umanizzazione degli stessi dei i quali, seppur potentissimi, sono tanto antropomorfi da sembrare niente di più che nostri padri antichi, fortemente evoluti e padroni delle più ardite tecnologie bio-robotiche.
Prendete così l’apposito contenitore per cocktail, metteteci dentro la Pianura Padana, un gruppo di ragazzi scanzonati e pragmatici, non facilmente impressionabili, una avventura dietro l’altra, immagini tra l’onirico e il fantascientifico puro, aggiungete una spruzzatina di horror e di tecnologia, poi scecherate il tutto e tirerete fuori qualche ora di piacevole lettura capace di sradicarvi dal banale quotidiano e di condurvi oltre le nubi terrestri, in quell’oltre tanto più grande di noi da non poter neanche essere immaginato.
Alla fine però della storia ci restano gli uomini… pardon, i ragazzi, che combattono la lotta cosmica tra i Creazionisti e gli Arcaici, Altri dei si contendono la Terra. Chi vincerà o chi perderà poco importa, l’autore vuole dimostrare che, in fondo, i più forti sono proprio gli umili, quelli che non vogliono usare la violenza, ma che, se proprio tirati per i capelli, sanno reagire da autentici combattenti senza arrendersi mai. Un insegnamento più o meno implicito di cui dovremmo fare tesoro.
Marco Milani non può però farci mancare quello che credo sia il suo genere preferito, l’horror. Con consumata abilità c’immerge in una lotta tra i nostri giovani eroi e gli zombie che, seppur creati e guidati da menti aliene ultraterrene, conservano tutta l’umanità della disumanità di combattere da morti. In questo c’è un sottile messaggio: il combattente perfetto è il combattente già morto, quello, appunto, che non può essere ucciso.
Ma il finale si apre a scenari forse sorprendenti, forse scontati, dipende da ciò che ciascuno di noi crede e pensa, anzi, dipende da ciò che ciascuno di noi vuole credere e vuole pensare.
Che poi l’autore stesso possa identificarsi nel primo cavaliere, il più importante dei combattenti del suo romanzo, pare scontato, perché chiunque scriva una storia cerca di calarla nella propria realtà, quasi sperando che qualcosa di alieno accada nel proprio disperso paese smarrito tra le nebbie impalpabili.
Alla faccia di chi ha detto che un disco volante non può atterrare a Lucca.

