Recensione a AVANGUARDIE FUTURO OSCURO - Giovanni Agnoloni

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AVANGUARDIE FUTURO OSCUROUn’antologia è un po’ come un CD. Spesso ci trovi un paio di pezzi buoni, e il resto ‘fa volume’. Poi ci sono quei casi fortunati in cui praticamente ogni canzone riesce a trasmetterti delle emozioni, a ‘connetterti’ con qualcosa di più ampio. E magari ce ne sono tre o quattro decisamente speciali.

È il caso di AFO – Avanguardie Futuro Oscuro, raccolta di racconti curata da Sandro Battisti ed edita da EDS (Edizioni Diversa Sintonia) (€ 13,00).

La nuova antologia del connettivismo – ulteriormente impreziosita da una postfazione di Sergio Altieri, editor di Urania-Mondadori – è un’opera di grande livello. Tutti e 15 i contributi attingono a un magma profondo, quello della parte più nera dell’animo umano. No, non nel senso che si tratti di racconti noir. Ci troviamo piuttosto di fronte a tante, diverse espressioni dell’approccio connettivo alla fantascienza, frutto di una felice sintesi di visioni misto onirico-realistiche di un futuro non così lontano, di intuizioni cosmiche spinte in universi di energia quantistica, di intrusioni nei territori del virtuale, del cibernetico e del post-umano, laddove l’identità individuale, l’unità bio-intellettiva dell’essere-uomo, si avvicina al dominio della macchina, del robot, con corpi che ormai sono una fusione integrata di elementi naturali e innesti metallici ed elettronici.
Il connettivismo è una nuova, raffinata espressione della tendenza spontanea dell’uomo a parlare e a scandagliare la propria psiche (nel senso greco del termine, psychè, “anima”) parlando per miti e simboli. In questo senso, è figlio di un incontro tra la psicologia (soprattutto junghiana) e le suggestioni provenienti da varie tradizioni filosofiche – vi si possono intuire echi di platonismo, come nella nostalgia di eterno che lacera molti personaggi, e di epicureismo, come nel tema dell’indifferenza della natura alla sofferenza dell’uomo e della ricerca di uno stato di non-dolore, o atarassia – e spirituali – si pensi alle suggestioni di vuoto cosmico, di ascendenza buddhista, e a quelle che rimandano al concetto di Amore, anche in prospettiva universale, che è centrale nel cristianesimo.
Il bello – e AFO ce lo dimostra – è che tutto questo traspare dalla penna di autori che spesso sono figli di una formazione tecnico-ingegneristica; per di più, alcuni di loro rivelano propensioni agnostiche, se non ateistiche. Dunque, questo nucleo vivo di profonda, radicale energia umana emerge nudo, al di là e a prescindere da qualsiasi possibile condizionamento di natura dottrinaria o religiosa.
I racconti di questo ottimo volume offrono una sintesi non frettolosa né tanto meno frammentaria, di tutte queste tematiche. Al contrario, propongono diverse chiavi di lettura dello stesso, eterno punto, sul quale sono tutti, da varie angolature, imperniati: la ricerca, da parte dell’uomo, della chiave per accedere a (e decifrare) il mistero del suo lato oscuro (l’Ombra di Jung, o anche la notte oscura dell’anima di San Juan de la Cruz), passaggio ineludibile per arrivare a cogliere una luce, o forse, la Luce. E le possibili risposte a tale quesito di fondo portano a potenzialmente infinite modalità di confronto con l’Altro – che si tratti dell’Altro-tecnologico, dell’Altro-cosmico o dell’Altro-interiore.
Ogni autore si è contrassegnato con un suggestivo pseudonimo, com’è tipico dei connettivisti. In questa sede, però, presentando i vari contributi nello stesso ordine in cui compaiono nel libro, userò semplicemente il loro nome e cognome. Perché? Perché voglio evitare il rischio che veniamo considerati – già, ci sono anch’io – come un club chiuso in se stesso. Il connettivismo, benché nasca come un’esperienza di genere, o se vogliamo di nicchia, è giunto a un livello di maturazione tale da proporsi con piena dignità come Letteratura.

Umberto Bertani, con Thule, propone una lotta spietata tra la specie umana (o post-umana) e l’invasione dirompente di una civiltà aliena dotata di un’arma devastante. Ma c’è qualcuno, dall’una come dall’altra parte, che non ci sta. Un fondo di energia resistente, di istinto di sopravvivenza fatto rivolta, che non cede il passo.

Marco Moretti, in L’abbraccio di Sedna, parla di una missione esplorativa di uomini nelle profondità del cosmo, alla ricerca di un pianeta, che finirà per sollecitare aspetti bestiali nell’equipaggio, oltre all’insorgere di un morbo che decimerà l’umanità. Ne deriverà l’azzeramento di tutto, incluso il senso del divino ereditato dal passato, per cui i pochissimi sopravvissuti si troveranno a dover ripartire dall’essenza ‘nuda’ dei principi opposti che regolano la vita: il Bene e il Male assoluti.

Filippo Carignani Battaglia, in Maieutica epidermica, descrive la discesa di un uomo nell’utero profondo di un pianeta fatto di carne, interiora e intestini contorti, nel cuore del quale, sotto una crosta di morte, pare ancora possibile inoculare l’embrione di una vita rimasta incredibilmente pura e pulsante.

Marco Milani, che è anche l’editore di EDS, in 8 Hertz scava con ironia nella storia di un scienziato geniale in visita in Italia, caduto in coma, la cui vicenda nasconde risvolti che ci spingono ai limiti della scienza.

Maurizio Landini, con Futuro Morto, realizza una sorta di ‘sermone’, nel quale un ipotetico leader religioso del futuro stigmatizza i mali della Connessione in nome di un contrapposto principio ‘isolazionista’.

Christian Ferranti ci invita a un itinerario criptico nel continuum cosmico, con il suo Opinioni contrarie a proposito dell’argomento principale, ovvero per ardua ad astra, scritto con frasi brevi ed ermetiche.

Veniamo poi a uno dei ‘pezzi forti’ dell’antologia: Effetto neve del Premio Urania 2006 Giovanni De Matteo. Si tratta di una storia sulla fine di un amore, troncato da una morte improvvisa, che ha per protagonista una ragazza e il migliore amico del suo fidanzato, rimasto ucciso in un incidente stradale. Mentre lei cerca di recuperare la dimensione del quotidiano, uscendo dal dolore in cui è sprofondata, inizia a confrontarsi con fenomeno degli EVP (Electronic Voice Phenomena), ovvero le voci (e non solo) dei defunti che emergerebbero come suoni – o immagini – di fondo, casualmente sovrapposti a registrazioni di tutt’altro tenore. De Matteo sa addentrarsi in questo universo inquietante con delicatezza e vibrazioni da thriller psicologico, sfiorando i sentimenti dei protagonisti con mano leggera e contornandoli di un paesaggio naturale che sembra covare esso stesso un mistero nascosto nelle pieghe dell’esistenza.

Terribile storia di violenza è quella di È la guerra, di Fernando Fazzari, dove il post-umano finisce per schiacciare anche il germe luminoso di un’infanzia innocente.

Nelle profondità del cosmo provo ad inoltrarmi anch’io, col mio racconto A un passo dal baratro, la cronaca di un’altra esplorazione spaziale, che porta il protagonista ad addentrarsi in una Presenza oscura che è in realtà parte del suo mondo di dentro.

Pensa a Phleba, di Alex Tonelli, è, come il racconto di De Matteo, un piccolo capolavoro. Una peregrinazione in solitario per un pianeta morto e semivuoto, da parte di un post-umano le cui componenti-macchina hanno quasi del tutto soppiantato la sua parte biologica. Resta però in lui un vivido nucleo umano, che gli fa vivere con angoscia crescente di morti e rinascite il procedere in questo mondo fatto di deserto, con una città di trapassati dove i palazzi sono escrescenze di cemento vomitate le une sulle altre, e i defunti camminano in una fila interminabile; c’è poi un fiume nero, popolato da chiatte che si muovono senza nessuno a bordo, accompagnate da una musica misteriosa. Il linguaggio onirico e – per dirla con Tolkien – subcreativo, fa di questa deambulazione nel mondo del nulla, dell’essiccazione emotiva, un itinerario simbolico di discesa nella ‘selva oscura’ dell’anima, che è anche una rinuncia alle ‘aggiunte’, ai ‘di più’, che l’essere post-umano comporta. Una testimonianza viva di come il connettivismo, più che una realtà eventuale, fotografi, in forma di mito, i mattoni costitutivi intimi della prigionia mentale e spirituale dell’uomo di oggi, sospeso tra dogmatismo e nichilismo, con l’unica alternativa di seguire, solo, la strada del Cuore.

Luca “Kremo” Baroncinij – lui si presenta sempre con il nom de plume, ed è uno dei principali esponenti del movimento, nonché editore di Kipple Officina Libraria – ne Il roditore ci mostra nuovamente un’umanità ridotta a pochissimi ‘rimasti’, tenacemente attaccati alle proprie radici terrestri. Mentre tutti se ne vanno verso il ‘Nuovo Mondo’, loro – e infine soltanto il protagonista, Ylenol (ovvero ‘Lonely’, il solitario al rovescio) – resistono, avvinghiati ai loro vizi oscuri, alle loro perversioni autocentriche e deliranti, come indecisi elfi degenerati di una Terra di Mezzo della realtà. Ylenol, poi, ha la sua ‘droga’ privata, un piacere sessuale proibito, che lo porterà a far emergere una femminilità ‘nascosta’.

Marco Marino ha scritto un racconto delicatissimo, Il suono dei fiori di vetro, figlio di una sensibilità che si potrebbe dire orientale, evocata dai suoni tintinnanti attraverso cui un robot ‘morto’ prova a mettersi in contatto con la sua giovane padrona di una volta. Emerge un tema paradossale e sconvolgente: può, in un mondo umano inaridito dai ‘dogmi’ di una verità solo razionale, manifestarsi un’entità-macchina talmente raffinata da essere dotata di anima? E se sì, potrà essere accettata?

Con Il Percorso quantistico del curatore della raccolta Sandro Battisti – uno dei padri del connettivismo, insieme a De Matteo e Milani –, ci spingiamo nell’universo buio di un’esplorazione cosmica fuori dai sentieri battuti, lontano da piste conosciute, in una dimensione di smarrimento tale da annullare le incrostazioni di maschere sovrapposte alla radice dell’identità: nel ‘covo’ di quel ‘lato-ombra’ che è inevitabile affrontare, per far emergere l’Io più profondo.

Domenico Mastrapasqua si sposta in un universo urbano dalle tinte fosche, anche qui con suggestioni d’oriente (nel nome della protagonista, Misato). È La scatola di Droste, la storia di una giovane donna distrutta da un tradimento d’amore, che nei meandri della Rete, tra blog, chat e forum, incontra una voce che cerca di darle conforto, ma anche un invito all’isolamento della mente in una dimensione di eternità artificiale – una sorta di ‘Campi Elisi’ post-umani –. Lo segue, e si troverà a dover affrontare un incubo.

L’antologia si chiude con un’altra perla: Metatrance di Paolo Ferrante, che, dalla tortuosa strada di recupero terapeutico di una psiche devastata dal dolore, ci spinge nella direzione – insperata, forse, ma avvertita come plausibile perché presentata in toni neutri, dal punto di vista di uno psichiatra agnostico – di un risveglio della parte più profonda dell’animo: la Porta che si affaccia sull’Eterno.

Il connettivismo, nelle molteplici vesti in cui questa raccolta di racconti ce lo presenta, coglie nella loro nudità sentimenti e temi di fondo dell’essere-uomo, che inserisce in cornici ambientali profondamente convincenti e cariche di seduzione. Ci propone una dimensione post-umana che, paradossalmente, sembra profilare un nuovo umanesimo, al di là delle maschere sociali e della disgregazione di valori del mondo post-moderno e, soprattutto, al di là della lacerante contrapposizione tra l’incondizionata fede nella scienza e il dogmatismo religioso.

Forse, in questa vena intima e segreta, è possibile intuire un bagliore di quel canale di poesia-energia-spirito che, attraverso i sentieri del cosmo e del Cuore, può risollevare le sorti dell’umanità. Un po’ come nel romanzo – in uscita in questi giorni proprio con EDSAntidoti umani, di Francesco Verso (neo-vincitore, con l’altra opera Il fabbricante di sorrisi, del Premio Urania 2008).

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Postfazione a AVANGUARDIE FUTURO OSCURO - Sergio "Alan D." Altieri

CONNETTIVITÀ OSCURE
La terza antologia del Connettivismo:
Benvenuti alle ulteriori mappe del tecno-incubo

AVANGUARDIE FUTURO OSCUROUno spettro si aggira (non solamente) per la Sci-Fi italiana. Non un singolo autore, ma un’intera falange armata al laser verbale. Non una singola tematica, ma un intero insieme polimorfo nonché poli-genere. Non un singolo

stile narrativo, ma in intero array, dallo “staccato convulso” al flusso di coscienza. Tutto questo -- quanto (in apparenza) seminalmente e narrativamente contradditorio -- ha un nome che suona (ingannevolmente) come un neologismo. Connettivismo.

In realtà, lo spettro del connettivismo si aggira a sua volta per la Sci-Fi intesa in senso lato da oltre sessant’anni. A coniare il termine, è Alfred Elton Van Vogt, visionario profeta dell’iperbole estrema -- almeno fino a prima di perdersi nelle grinfie della famosa e famigerata Scientology dell’ugualmente famoso e famigerato L. Ron Hubbard -- nel suo ormai ultra-classico “Crociera nell’Infinito” (Voyage of the Space Beagle). Dietro la memorabile copertina di Urania dei primordi (straordinari quegli astronauti in casco coloniale) si cela però una delle immortali grandi saghe della Sci-Fi avventurosa. Manco a dirlo, a bordo della Space Beagle in missione esplorativa nello spazio profondo ne succedono di cotte e di crude. Ma quando la roba veramente fetida arriva nel ventilatore, who’re you gonna call? No, non i ghostbusters ma bensì il connettivista, l’uomo sovra-disciplinare, il genialoide ad alta flessibilità intellettuale che sa recitare Shakespeare e lavorare di bisturi, che riesce a distillare ammoniaca dalla sciacquatura di piatti e conosce la struttura cristallografica fine della Pietra Filosofale. In sostanza, il connettivista è il Renaissance Man del futuro.

Dal momento che, qui e ora, il futuro appartiene già al passato e il presente si dilata ben oltre la singolarità riemanniana, tremate-tremate: i connettivisti son tornati. E non per discutere ma bensì per assaltare e scalzare, complottare e demolire. La loro focale concettuale? Fregarsene di qualsiasi focale prestabilita.

La loro metodologia narrativa? Prima scomporre e poi ri-plasmare qualsiasi elemento potenzialmente utile da qualsiasi genere narrativo disponibile.

La loro logica ineludibile? Deve essere techno.

Non è quindi un caso che la maggior parte degli autori del connettivismo abbia una rigorosa base culturale scientifico-tecnica. Così come non è per scommessa che ognuno dei racconti di questa straordinaria -- e straordinariamente provocatoria -- antologia parta da un presupposto solidamente ancorato al reale per poi scaraventarlo a warp-speed in quell’inquietante terra di mezzo tra l’iper-reale e il meta-reale. Dalle onde elettromagnetiche ad altissima frequenza che permettono (forse) di dialogare con il regno dei morti alle prossime generazioni di commandos che fanno apparire Terminator(trix) TX come il nano Bagonghi, dalla nuova ondata della conquista del cosmo gestita da astronauti che sembrano selezionati da un freakshow al peyote alla rivisitazione dell’Apocalisse in chiave demenzial-psicotico-religiosa, per non parlare di... Oops, sorry, kids: I don’t mean to spoil it for ya.

Il fulcro comunque resta: non capita spesso di essere testimoni prima della nascita quindi dello sviluppo di un nuovo genere narrativo, soprattutto in area del “fantastico” (etichetta da maneggiarsi con estrema cautela). Troppi spuntano, pochissimi attecchiscono. Il cyberpunk segna più o meno il passo, lo Urban Fantasy spara a salve più volte che no, l’attuale American-Weird è in sostanza un surreal-grotesque non ben rimasticato, lo steampunk spinto da locomotive volanti finisce quasi sempre in ridere (storto).

Non così il connettivismo.

Riuscendo a scavalcare regole e a superare stilemi secondo modalità premeditatamente, temerariamente inedite, gli autori del connettivismo -- un po’ come il connettivista imbarcato a bordo dello Space Beagle -- potrebbero essere i Renaissance Men della fantascienza. A tutti gli effetti, con il connettivismo potremmo davvero trovarci di fronte a una nuova frontiera dell’immaginario.

Tornando a warp-speed a questa fenomenale antologia...

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